
L'efficienza israeliana si realizza in un racconto continuo di fatti concreti: preoccupazioni professionali, procedure chirurgiche, pratiche di anestetizzazione. Così lo stile: preciso e didascalico, ma paradossale nel momento in cui narra di un puro viaggio dell'anima, l'anima di Rubin, stranita, preda di sentimenti a volte inspiegabili, sempre ingovernabili, comunque accettati con un fatalismo pacato, inconfondibile eredità indiana.
Il romanzo rifugge volutamente ogni sorta di climax, ogni svolta ad effetto. Ha solamente due scarti repentini, resi tali proprio dall'assenza di qualsiasi preparazione: nel far pronunciare il nome dell'amata alla fine della parte prima, e portando in scena la confessione di Rubin alla moglie Michaela, Yehoshua scuote il lettore senza preavviso, con un esito che compensa una narrazione a tratti fin troppo involuta, paludosa. La sua arte di denso affabulatore è evidente, ma si trova qui fra le mani una storia non abbastanza ricca per riuscire a sostenere tante oscillazioni, tanti movimenti e ripensamenti.
Il viaggio in India segnerà tutti, interrerà semi dal lento germoglio, ma capaci di espandere radici che rivoltano il giardino. Benché nessuno sembrerà accorgersene, le loro vite non saranno più le stesse, come se a modificarle fosse intervenuta una trama ombrosa, celata dietro all'amore e intessuta da mani invisibili.
Abraham B. Yehoshua, Ritorno dall'India, Torino, Einaudi, 1999.
Le mie chiocciole: @@
Da regalare: al vostro anestesista di fiducia
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