
Tuttavia non vi è mai pesantezza, piuttosto densità. Gli sguardi dal “pianoterra” si fermano spesso su eventi minimi, che all’occhio comune senz’altro sfuggirebbero, mentre in Pianoterra scintillano di senso e sollevano problemi universali. L’ansia di comunicare quanto conti avere una coscienza vigile, che non si lasci addormentare, che onori (dall’ebraico, dare peso) l’uomo e la vita. Pensieri, ricordi, piccole storie, disposti uno dopo l’altro senza un preciso ordine, come semi lasciati cadere nella scia dell’aratro. Qualcosa nascerà.
La speranza si azzera però, almeno in un punto (p. 44), parlando dei giovani che «docili (...) accettano, (...) nuotano in superficie e a vista della costa, indifferenti ai fondali, all’abisso che regge in controspinta la loro leggerezza». Meglio non avrei saputo dire, eppure mi intristisce incocciare nella credenza diffusa di generazioni sterili a confronto di altre; è una convinzione che da sempre mi lascia almeno dubbioso.
Inutile cercare trame, dire di cosa si parla, il succo è puro stile, scolpito nella pietra, descrizioni pungenti sino al nocciolo, ignare di qualunque fronzolo, a volte acide, a volte taglienti. Se è uno scrittore che non conoscete, probabilmente questo non è il libro ideale per avvicinare Erri De Luca; romanzi come Tre cavalli o Tu, mio farebbero meglio al caso. Queste sono invece pagine da leggere nel modo in cui si incontra un vecchio amico, condividendo del pane e una bottiglia di vino. Allora cosa ci si racconta non ha molta importanza: è il modo di raccontare che ci fa piacere ritrovare.
Erri De Luca, Pianoterra, Roma, Nottetempo, 2008, pp. 104.
Le mie chiocciole: @@@
Da regalare: al volontario impegnato in zone di guerra
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