
Allora, dimenticato il giallo, conviene forse lasciarsi traviare dal tono fiabesco, dai personaggi paradossali che sembrano far l’occhiolino ad Aureliano Buendia e a quella schiera fantastica che abita le pagine dei migliori scrittori sudamericani. Ma lì, nella pazzia serpeggiante, tutto appare vero e credibile, mentre qui diversi aspetti rimangono inverosimili e la nostra incredulità non ne vuol sapere di stare in sospeso: può il pianto di un bimbo portare al suicidio due genitori? Più facile sia il piccolo a soccombere, ma in ogni caso la nostra ragione chiede giustificazioni.
Salvator è il protagonista, colui che infligge il dolore e nel contempo ce ne libera. Difficile vederlo quale personificazione di Cristo che passeggia per le strade di Ostenda o Bruxelles sulle tracce di James Ensor, a maggior ragione considerando che la croce è, metaforicamente ma non solo, sulle spalle di Zoe. Lei infatti subisce la malia bizzarra a forma di chiodo, una crocifissione simbolica come emicrania perenne. Alla fine fa quasi rabbia leggere l’epilogo: la vittima che rende felice il suo carnefice; purtroppo così va il mondo.
Un’altra malia sottende a Senza nome, il lato B del libro, e ha l’aspetto di una soddisfazione mistico-sensuale misteriosa che avvolge nel sonno i viaggiatori sperduti e li tiene incatenati a sé notte dopo notte. Nel codardo ma irresistibile rifuggire dalla realtà, affondando fra soap-opera e sogno, il quinto viaggiatore ci accompagna in una storia che inizia come una fiaba, prosegue come un giallo, sublima nella riflessione filosofica, e con l’ultima frase invita a guardarci intorno con un po’ di pessimismo in meno, o addirittura ci lascia soddisfatti del nostro piccolo mondo che poi forse tanto male non è.
Amélie Nothomb, L’entrata di Cristo a Bruxelles, Roma, Voland, 2008, pp. 104.
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